Sinner: un italiano diverso, un campione che ci farà molto bene.

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Oggi la cronista di Eurosport, appena terminata la partita in cui Jannik Siner si è aggiudicato il suo primo Slam agli Australian Open 2024, raccontava il suo stupore per l’esultanza composta di Sinner e dei suoi modi: “I expected a different Italian celebration”. Da un italiano si aspettava altre reazioni. Un dettaglio nell’arco di una giornata di trionfo, ma un po’ meno dettaglio se pensiamo che per il prossimo decennio, almeno, Sinner sarà un volto importante del nostro paese in tutto il mondo.

C’è un’aspetto che penso sia importante rimarcare riguardo Jannik Sinner, tra le tantissime doti, qualità, caratteristiche tecniche, umane, sportive ed è la sua diversità.

Certo sarà ed è già un eroe del tennis, un role model di fair play, un’originale icona di stile: molto bello il progetto fatto con GQ e GUCCI.

https://www.youtube.com/watch?v=MVfwkdPjhII
Il video di Gucci che racconta (il primo capitolo?) della vita di Sinner

Ma c’è qualcosa in più su cui credo sia importante soffermarsi, il fatto che Sinner non risponda alle aspettative del campione “medio” dell’italiano “medio” o come dicono gli ossessionati dalla diversità… “normale”. La “normalità” come zona rassicurante nella testa di uomini insicuri. La diversità come carico da portarsi in spalla, motivo di paura per chi a differenza di Jannik, che come dice nel video “likes the game”, della sfida e del diverso ha paura.

 

 

 

La copertina vergognosa di cui si è vergognata la stessa Gazzetta cambiandola. A un italiano si perdona tutto, a un Alto Atesino…


Jannik è diverso in molti modi, prima che nei modi. A partire dal fenotipo, un rosso ramato di altri tempi e di altri luoghi. Un nome che i vari paracadutati dell’opinionismo definirebbero “non rappresentativo dell’Italia” come è stato detto per “la pelle di Paola Egonu”. Un tennista che viene dai monti, da dove di solito (cr)escono sciatori. Figlio di una cultura alpina dimenticata sempre tranne che nelle settimane bianche o quando vince un campione di sci, oggi anche di tennis. Membro di una enclave culturale di origine molto diversa che dopo storiche contese e conflitti ora ha due bandiere, due lingue, due nomi (Alto Adige per gli italiani, Südtirol (pezzo di un pezzo dell’Austria) per quasi chiunque ci viva. Ecco allora che Sinner cambia passaporto ad ogni punto. Austriaco quando perde, italiano quando vince. Specialità, questa sì, nazionale, salire sulla racchetta del vincitore.

Polemiche degne solo di essere metabolizzate in satira, da Kotiomkin

Al di là delle polemiche, però, le domande che dobbiamo porci sono varie e riguardano la sua estrazione culturale, la nostra idea di “italiano” e che cosa vogliamo essere come Paese.

Una domanda importante è quanto la cultura alpina in cui è cresciuto ha “costruito” il carattere di questo campione diverso. Una cultura fatta di fatica, di isolamento, di umiltà e lavoro. Dallo spalare la neve al fare la legna per scaldarsi, dai chilometri per raggiungere scuole e ospedali alla strada sempre in salita. Una vita fatta di mille difficoltà. Quanto questa cultura gli ha insegnato che è meglio salire lentamente, ma inesorabilmente, anche nelle classifiche. Che in vetta si è soli. Che al cospetto dei monti siamo tutti piccoli, anche i più grandi.

Una seconda domanda, più difficile, è quanto la sua cultura austriaca, tirolese, lo abbia anch’essa arricchito, reso forte e tenace e finisca oggi per arricchire l’Italia, suo malgrado molte volte.

Così oggi abbiamo un campione che porta nel mondo una Italia diversa. Un’Italia coi capelli rossi, ma la borsa di Gucci (che è da anni di proprietà francese, pur restando una icona del nostro Paese). “Un italiano che gioisce come un tedesco” per interpretare la cronista di Eurosport e che parla italiano con un accento… un po’ diverso. Ma che ci ha fatto vincere la coppa Davis e che il suo coach australiano (Jannik ha anche due coach) Darren Cahill definiscethe italian boys, special people” .

Italia e Sud Tirolo convivono nel cuore di Sinner e dei suoi tifosi. Una lezione da imparare.

Un italiano figlio delle Dolomiti e di due culture. Un campione che farà molto bene alla sua terra, la magnifica Val Pusteria, e a una integrazione sempre pronta a ravvivare le diversità come fuoco sotto le braci. Citiamo la bella rivista indipendente SALTO:

L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è l’ennesimo sportivo con Südtirol sul cappellino, e di sprecare il talento Sinner per portare quello che non ci serve: ancora più turisti. Jannik potrebbe fare pubblicità del Südtirol/Alto Adige ai suoi abitanti. Ricordare ai sudtirolesi che sentirsi a proprio agio in Italia non toglie nulla all’identità sudtirolese, anzi: nel 2024 è un’aggiunta che può aprire nuove prospettive. Südtirol is AUCH Italien, il Sud Tirolo è anche Italia e anche molto di più. E ricordarlo a tutti. Anche agli italiani di Italia che, incredibilmente, si interrogano ancora, confusi, su come funzionano bilinguismo e autonomia.  

Jannik e Noi, Simonetta Nardin

Farà bene alle nostre montagne che vivono di turismo e sport, ma che nel loro successo vedono anche lo sgretolamento dell’e proprie comunità e che saranno risorse cruciali per il futuro del Paese e del mondo e le sfide di sostenibilità che ci attendono.

Farà molto bene al tennis e al tennis italiano. Dando motivazione a una leva di giovani tennisti che non penseranno più che i campioni siano americani o tedeschi, ma che un italiano come loro può davvero essere il numero 1 al mondo. E riempiendo, speriamo, i circoli, spessò un po’ trasandati, di un Paese intero.

Farà molto bene allo sport italiano, imprimendo negli occhi degli italiani un campione che non è l’ennesimo calciatore o automobilista. Che non ostenta, che non litiga, che non affianca le donne ai trofei, che non urla o sgomita, ma non la tocca certo piano. Insomma un campione che mostra la grinta e non la rabbia.

E un campione che farà anche molto bene al nostro Paese o se preferite alla nostra Nazione, all’Italia. Portando in giro per il mondo una idea e una immagine diversa dell’essere italiano: un italiano che sa vincere e restare umile, che sa essere gentile e corretto, ma per nulla remissivo e che sa essere creativo, ma mai sguaiato.

E magari, nei molti anni in cui gli italiani si ritroveranno “costretti” a tifare un campione così cambierà un po’ anche la mentalità e l’idea che tanti hanno di cosa sia un campione e di cosa sia un italiano e dei valori che vogliamo ci rappresentino. Dimenticandoci magari la furbizia, l'”orgoglio”, d’ordinanza governativa ormai, finto-nazionalista, il successo fine a se stesso e ritornando a essere un popolo di persone serie, appassionate, cortesi, determinate. Insomma non starà a lui dimostrare nulla, starà a noi meritarcelo, un campione così.

Cover photo: (AP Photo/Manu Fernandez) Il Post

 


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