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C’È ORGOGLIO E ORGOGLIO
L’orgoglio è un sentimento forte. La celebrazione, l’innalzamento del sè. È anche una sentimento di rivincita a volte revanche o rivolta. Si chiamavano “Proud Boys” i miliziani Pro Trump che hanno assalito il Campidoglio (il Parlamento USA) nel gennaio del 2021. Si chiama “Pride” (“Gay Pride” ma oggi quasi solo “Pride”) la principale manifestazione pacifica e nonviolenta di liberazione e rivendicazione dei diritti LGBTQ+. Le origini di “scontri” del Pride sono remote e marginali in una storia consolidata di orgoglio inclusivo, pacifico, civile e civico. Peraltro nascevano da attività repressive e vere e proprie retate sessiste della polizia, il momento chiave nel 1969 a New York con i moti di Stonewall (dal nome dell’omonimo Pub) e dove il motto era: «Say it clear, say it loud. Gay is good, gay is proud». Nasce allora l’orgoglio gay come ribellione alla Polizia e ai suoi soprusi.


Con che “orgoglio” stare allora? La ribellione alla repressione di omosessuali e transgender degli anni ’60 nel Greenwich Village? La manifestazione di massa pacifica e inclusiva del “(Gay) Pride”? Le deliranti azioni eversive dei “Proud Boys”? Distinguere come legittime e meritorie le prime due forme dalla terza è cosa facile, ma distinguere la natura dell’orgoglio (termine che sta tornando in gran voga) non è sempre facile.
ORGOGLIO: UN SENTIMENTO DALLE DUE FACCE
Partendo dal termine in inglese, Pride ha forse meno ambiguità dell’equivalente italiano e ci sono molti altri termini che includono alcune delle letture di “orgoglio”: “(self) contempt“, per esempio o “aggrandizement” (la troppa considerazione o esagerazione, ingigantimento di sé), ma anche al di là del termine anche in inglese il termine presenta forti ambiguità e oscillazioni tra positivo e negativo.
Numerous studies have shown that pride comprises two distinct facets: authentic pride, which is associated with achievement, high self-esteem, and prosocial personality traits; and hubristic pride, associated with arrogance, low self-esteem, and antisocial personality traits.
The Psychological Structure of Pride: A Tale of Two Facets
L’orgoglio (“Pride“) nella letteratura scientifica internazionale viene distinto in due tipi: authentic (autentico, cioè un naturale sentimento di autostime e amore per se stessi) e hubristic (un atteggiamento di amor proprio elevato a arroganza e superiorità).
Se veniamo all’italiano il termine orgoglio, nelle definizioni correnti, ha più ombre che luci, anche se letture secondarie tendono a riconoscerne anche una forma meno antisociale.
La doppiezza dell’orgoglio risulta anche dagli studi psicologici sul tema, che ne identificano, in base alla fattispecie, due “rami” ben distinti. Uno magari trionfalistico, ma legittimo in cui ricorrono parole come: vittorioso, trionfo, onore, conquista. E uno, invece, dalle tinte fosche e veicolo di arroganza presunzione, egocentrismo dove negli esperimenti scientifici troviamo lemmi quali: pomposo, arrogante, altezzoso, egoista, ipocrita.

ORGOGLIO: “HUBRIS” E “NEMESIS” Definizioni di questo tenore ci fanno pensare che sia più facile e comune incontrare l’orgoglio nella forma di “hubris” che in quella di autentica autostima e fierezza del proprio corretto operato. La “hubris”, la tracotanza, l’arroganza, l’andare oltre i (propri) limiti è un comportamento con molti celebri esempi dalla storia, alla mitologia, dalla letteratura ai leader o meglio sarebbe definirli, qui sì, “capi”, comandanti o dittatori.

La celeberrima terzina dantesca esempio di sete di conoscenza e ambizione, è in realtà il racconto-confessione di Ulisse della sua “hubris” nell’aver convinto i suoi uomini a un folle viaggio (“folle volo”) oltre le colonne d’Ercole e della “nemesis” (il contrappasso, la “conseguenza” della hubris, per i greci segno dell’ira degli dei verso chi ha peccato di tracotanza o eccessivo orgoglio) che li attende poco dopo (“infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”) . Allo stesso Dante, maestro della “nemesis” o contrappasso, viene attribuito il pensiero: “Se non moderi il tuo orgoglio, sarà la tua più grande punizione” e con il viaggio di Ulisse ci racconta l’orgoglio che acceca e inganna e che conduce in errore e pentimento. Avendone anche per la sua Firenze, che i parvenu esibizionisti hanno portato prontamente a pentirsi: “La gente nuova e i sùbiti guadagni orgoglio e dismisura han generata, Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni”
Considerate la vostra semenza:
La Divina Commedia – Inferno Canto XXVI
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.
Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
[…]
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso
L'”AMOR DI SÉ” E L'”AMOR PROPRIO” DI ROUSSEAU Che l’orgoglio fosse un sentimento doppio lo aveva capito molto prima delle tante ricerche psicologiche Jean Jacques Rousseau che distingue tra “amour de soi-même” (un sincero interesse alla propria sicurezza, benessere e sopravvivenza) e “amour-propre” (che nasce con l’uomo relazionale e contempla “l’opinione degli altri” sino a diventare, nella società evoluta, mancanza di compassione, ricerca del riconoscimento per se stessi ad ogni costo e immeritato, senso di superiorità e competizione sfrenata.« Il ne faut pas confondre l’amour-propre et l’amour de soi-même, deux passions très différentes par leur nature et par leurs effets. L’amour de soi-même est un sentiment naturel qui porte tout animal à veiller à sa propre conservation, et qui, dirigé dans l’homme par la raison et modifié par la pitié, produit l’humanité et la vertu. L’amour-propre n’est qu’un sentiment relatif, factice, et né dans la société, qui porte chaque individu à faire plus de cas de soi que de tout autre, qui inspire aux hommes tous les maux qu’ils se font mutuellement, et qui est la véritable source de l’honneur »
Discours sur l’origine de l’inégalité – Rousseau
Ecco allora che abbiamo visto come l’orgoglio vada preso con le pinze. Da scartare quello tossico, in quanto sentimento di superiorità ingiustificata, antisociale, anti-meritocratico. Da prendere in piccole dosi quello autentico, che celebra i propri “achievement”, le proprie conquiste il superare le sfide individuali o di gruppo.

PSICOLOGIA DELL’ORGOGLIO: DA EMOZIONE AUTENTICA A SENTIMENTO HUBRISTICO E DISTRUTTIVO
L’orgoglio e i suoi molti effetti, quasi sempre degenerativi o negativi, è molto studiato in psicologia e negli studi sulla personalità, cioé la manifestazione di noi, del nostro carattere e valori che mostriamo all’esterno. Anche in psicologia si distingue l’emozione dell’orgoglio in due tipi: “autentico” (con valenze positive connotate da elevata attivazione e eccitazione in risposta a un evento scatenante quale un successo sportivo o un traguardo raggiunto ) e “arrogante o hubristico” (con valenze negative a bassa intensità di attivazione e che costituisce più che un’emozione scatenata un sentimento o un tratto costante della personalità).
Questa distinzione tra emozione e sentimento (cioè una emozione ripetuta e elaborata, consolidata) ci fa capire anche che l'”orgoglio arrogante” non è solo un diverso tipo di orgoglio rispetto all'”orgoglio autentico“, ma ne può anche costituire una sua degenerazione. Meglio quindi concedersi l’orgoglio autentico a piccole dosi e con consapevolezza e moderazione e lasciarlo andare presto e senza attaccamento, non “covarlo”.
Il sentimento dell’orgoglio incide in molti aspetti della nostra vita psicologica, relazionale e emotiva.
Orgoglio e relazioni. Molti psicologi convengono che l’orgoglio diventa un ostacolo fatale alla ricomposizione delle divergenze nelle relazioni costituendo, per esse relazioni, quindi una minaccia ferale. L’accresciuta autostima ci “inganna” e ci porta a pensare di aver sempre ragione, chiudendoci al dialogo, alle ragioni altrui e (non sia mai!) al riconoscere i propri errori e scusarsi. Un atteggiamento negativo e distruttivo di rapporti e relazioni. E la forza dell’orgoglio può essere superiore a quella dell’amore, ce lo ricorda lo stesso Ulisse nel sopracitato canto dantesco.
né dolcezza di figlio, né la pieta
Ulisse – Inf. XXVI (vv. 90 – 98)
del vecchio padre, né ‘l debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i ebbi a divenir del mondo esperto
Questo “ardore” o “arditismo” è un balsamo molto efficace contro l’insicurezza e i complessi di inferiorità e un eccellente fattore motivante. Spesso infatti è stato usato dai leader (anch’essi magari pieni di insicurezza bisognosa di compensazione e di essere “mascherata”) per crearsi degli “eserciti” personali di fedelissimi. Un autoinganno collettivo rassicurante e gratificante, spesso foriero di pessime decisioni.
L’orgoglio è poi un sentimento famelico di conferme che crea dei “control freak” (maniaci del controllo) la specie più tossica dentro famiglie e organizzazioni e soggetti facilmente irritabili e intolleranti alla critica o anche solo alle domande.
Orgoglio e società. Tra i tanti studi sull’orgoglio, uno in particolare (Tracy, Mercadante, Hohm – Annual Review of Psychology) ci sembra importante in quanto prende un atteggiamento, diciamo, “bipartisan” sull’orgoglio, sottolineandone sicuramente la doppia faccia, i pericoli, ma anche l’importanza dell’orgoglio autentico nell’avanzamento sociale. Lo studio cita autori come Aristotele e Nietzsche che vedono una virtù nell’uomo orgoglioso dei propri meriti o (Nietzsche) disprezzano le “piccole anime” o “anime grette” troppo umili, riconoscendo però come essenziale il fatto che l’orgoglio origini dai propri meriti e non sia pura e infondata vanità.
Pride is one of the most central emotions shaping human social behavior and group dynamics, and it is essential for human success. Pride is, in short, the emotion that motivates people to do what it takes to get ahead and attain social status.
Mercadante, Hohm – Annual Review of Psychology
Le emozioni autocoscienti (esperienze emotive suscitate da una valutazione di se stessi, ad esempio orgoglio, senso di colpa, vergogna), come lo studio in questione definisce l’orgoglio, svolgono un ruolo importante nel motivare e regolare i pensieri, i sentimenti e i comportamenti delle persone. Spingono le persone a lavorare duro per i risultati e a comportarsi in modi morali e socialmente appropriati nelle loro interazioni sociali e relazioni intime.
ORGOGLIOSI DI…?
Una buona domanda da porsi, quando ci si trova di fronte alla parola o all’idea di “orgoglio” (e che mi faccio ripetutamente da quanto slo sento restaurato come parola chiave del potere) è: “ma esattamente di cosa si è orgogliosi?“
Si è orgogliosi di qualcosa che si è fatto, conquistato o raggiunto. E fin qui tutto bene, in questi casi l’orgoglio sarà “giusto” quanto la conquista che celebra. Si è giustamente orgogliosi di quanto conquistato con impregno, fatica, correttezza. Un sentimento allora legittimo, da saper dosare per non farlo comunque sconfinare nel trionfalismo o nel senso di superiorità. Si sarà, invece, “malorgogliosi” (mi si conceda questo piccolo neologismo) se il risultato lo si è conquistato imbrogliando, con scorrettezza o immeritatamente. Magari spinti proprio da questo orgoglio “hubristico”.
Si è orgogliosi di qualcosa di fatto da altri o a cui si partecipa/appartiene. Si può essere orgogliosi del proprio team di lavoro o della propria squadra sportiva o della propria azienda sin del proprio Paese. Uno quando sento qualcuno “orgoglioso di essere italiano o juventino ” mi chiedo sempre a che titolo lo si senta questo orgoglio. Prendiamo l’orgoglio nazionale, l”orgoglio italiano” tanto sbandierato. Io riconosco di appartenere a una grande nazione, a un grande popolo, a un grande Paese. Essere italiano mi fa sentire magari responsabilizzato, di esserne e dimostrarmi all’altezza. Sfidato, a fare come e meglio dei nostri predecessori. Impegnato, vincolato a preservare il patrimonio culturale di cui si fa parte. Onorato e fortunato di essere nato in un contesto tanto ricco e pieno di genio.
Non mi fa sentire, però, “orgoglioso” l’essere italiano, non mi intesto alcuno dei meriti dei miei connazionali presenti e passati, tantomeno dei capolavori dell’arte o delle invenzioni scientifiche, mi sentirei istantaneamente presuntuoso e meschino nell’inorgoglirmi della Gioconda o della Ferrari. Ma che ho fatto io riguardo la Gioconda o la Ferrari? Niente. Questo orgoglio nazionale o nazionalista, poi, porta a guardare i pregi, ma non i difetti, anzi a non tollerare chi ne parla, del proprio Paese non contribuendo mai a migliorarlo.
Lo stesso dicasi per gli “orgogli minori” rispetto a quello patriottico: l’orgoglio di essere juventino/laziale/romanista, tipicamente in capo a chi il pallone non lo ha mai toccato. Infatti tipicamente è un concetto che serve a dividere, a irregimentate gli ultras, a creare antagonismo e violenza. In una famosa campagna pubblicitaria siamo arrivati anche a inorgoglirsi per il gorgonzola a inorgorgonzogliarci… insomma: lasciamo perdere…
Anche l’orgoglio aziendale mi sembra raramente una cosa bella o buona. Rispetto all’azienda in cui lavoro io posso provare gratitudine, senso del dovere, responsabilità, impegno, ma… orgoglio? E chi sono? Il fondatore? Oppure devo sentirmi orgoglioso per il fatto di avere un lavoro, che sarebbe peraltro un diritto… Provo, sì, orgoglio per il mio pezzo di lavoro fatto, da solo o col team con cui collaboro. Ciò non ha niente a che fare con lo spirito di appartenenza a un’azienda, che è infatti composto da gratitudine, impegno e senso di responsabilità, non di superiorità.
Insomma questi “orgogli per far parte”, una sorta di “Proxy Pride”, di appropriazione indebita in cui si è orgogliosi di cose su cui non si hanno meriti o titoli lo trovo un sentimento tanto gratuito quanto autocompiacente (sentirsi campioni, artigiani, imprenditori senza esserlo) per cui non posso che inevitabilmente classificarlo nella deriva di arroganza e antisocialità dell’orgoglio. L’orgoglio patriottico è l’anticamera del nazionalismo, quello sportivo dell’hooligan, quello lavorativo del “capo tossico”.
Si è, infine, orgogliosi di qualcuno: di un figlio, di un collaboratore (raramente, eh…) di un campione sportivo. Questo se possibile, lo trovo un orgoglio ancor meno sensato del precedente. Mentre si capisce l’afflato emotivo per cui un/a genitore/trice possa provare compiacimento e, ok… “orgoglio” per i risultati di un figlio, in cui sicuramente ha giocato un ruolo l’educazione, ma rimangono senz’altro del figlio. Non sarebbe più educativo dire a un figlio che si è o “felici” per i suoi risultati (che “orgogliosi” cioé che i suoi meriti sono serviti o spettano a noi) mentre “orgoglioso” dovrebbe andarne lui?
Perché poi si possa essere orgogliosi di perfetti sconosciuti come i campioni sportivi, pronti magari il momento dopo a condannarli per la loro residenza o stile di vita, resta un mistero. Ben venga il tifo e gioire per i nostri connazionali, ma ecco, i campioni sono loro e non noi e, a mio modesto avviso, sarebbe forse più consono per i loro successi provassimo gratitudine e gioia che orgoglio.
Marco Aurelio
I LEADER DEVONO ESSERE ORGOGLIOSI?
“those who glorify themselves have no merit, those who are proud of themselves do not last” (24:3).
Lao Tzu – Tao Te Ching (circa sixth century BCE)
E eccoci all’ultimo spinoso capitolo. L’orgoglio come leva politica. Ne è piena la storia, di Leader orgogliosi di sé o della propria causa. E proprio come nelle relazioni e nelle dinamiche che abbiamo visto (l’orgoglio è “giusto” quanto la conquista individuale che meritatamente celebra), possiamo dire che l’orgoglio di un leader, che è il rappresentante e servitore del suo popolo, è giusto quanto la causa o i diritti sociali cui sottende. E anche per esso, quindi, devono essere una soglia di attenzione i due scalini che portano all’arroganza, cioé il “prestigio” e il “dominio”.
“L’orgoglio è il peccato che divide la fraternità, che ci fa presumere di essere migliori degli altri, che ci fa credere di essere simili a Dio“
Papa Francesco I – Avvenire
Non è mai positivo, quindi, l’orgoglio di un leader che ha lo scopo di generare consenso come è ardimento irresponsabile quello di trascinare il popolo in nome dell’orgoglio. Il Leader che percorre la scala del “prestigio”, del “dominio” e dell’orgoglio (tossico) è un leader che pensa di non sbagliare mai e il cui orgoglio, come dice la Bibbia, precede di poco la rovina. Sua e del suo popolo o che, come Donald Trump è ostinato a non ascoltare: “If you try to tell me what to do, I’ll do the opposite.”
Trovo preferibili Leader che non temono e coltivano l’umiltà e la modestia (il contrario etimologico dell’orgoglio), piuttosto che il proprio orgoglio o della propria nazione e che guidano popoli ricchi di “amori di sé”, attenzione e cura al proprio benessere e sicurezza e non pieni di “amor proprio”. Un Leader deve certo conoscerlo, l’orgoglio e usarlo con parsimonia quando esso è strumentale ai diritti, alla libertà, alla giustizia sociale e allora si può, con grande senso di responsabilità, rappresentare l’orgoglio di qualcuno, come faceva Martin Luther King e come lo hanno celebrato gli U2 con una magnifica canzone a altrettanto magnifico verso: “[…] they took your life, They could not take your pride“.
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