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Il recente fatto di cronaca per cui un Carabiniere in servizio ha risposto a una manifestante che richiamava le parole del Presidente della Repubblica sui diritti per cui manifestava (dei Palestinesi Ndr, ma non cambia la sostanza) che per lui: “…non è il mio Presidente, non l’ho votato, non lo riconosco” non sono solo una gravissima insubordinazione eversiva (in quanto fatta da un militare) ma un sintomo di una immaturità istituzionale (servirebbe un capitolo anche per le aziende: il “MIO” capo, collaboratore etc etc) dilagante, altrettanto se non più pericolosa.
“È mio!“: un concetto che capisce anche un bambino di due anni.
Partiamo dalle basi, letteralmente. L’identificazione di cose, persone, luoghi come “miei” è un processo cognitivo che avviene intorno ai due anni di età, quando si cominciano a introdurre tecniche educative (fallimentari si direbbe a questo punto…) centrate sul dare il buon esempio e introdurre un clima di generosità e condivisione per insegnare al bambino a superare la fase dell’egocentrismo e del “È mio!“
Questo è anche il momento in cui entra in gioco il ruolo dell’autorità, gli psicologi sconsigliano la condivisione imposta con forza, d’autorità dal genitore, mentre si deve rassicurare il bambino e costruire un clima di fiducia e condivisione.
Avoid parent-enforced sharing whenever possible. Acting as the referee supports the fantasy that, when a child wants something another child has, you can make things fair or right by forcing that other child to share.
Kyle D. Pruett (Yale M.D.) – Me, Myself and I: How Children Build Their Sense of Self, 18 to 36 Months
Purtroppo il concetto del “è mio” è di facilissima e immediata comprensione e identificazione. Dare a un bambino (o a un cittadino) ciò che “è suo” (o lui ritiene tale) è una gratificazione immediata e di sicuro successo, poco importa se diseducativa e quasi sempre ingiusta. Ecco allora che il “paternalismo politico” ci riduce nuovamente a infanti egocentrici in nome di un potere che evita così di venire messo in discussione e trova facile presa.
Dal “Mio!” al “Non (è) il mio!”: proprietà, identità, esclusività.
Il non imparare a condividere ha anche conseguenze e ramificazioni, ovviamente. Una volta che si radica il senso che qualcosa è “mio” non solo si cresce in una cultura egocentrica e possessiva, ma anche non inclusiva e col rifiuto della diversità. Come un bambino rifiuta ciò che NON è suo: “NON è la mia sedia, bambola, maglietta!” nella vita adulta possiamo contare numerosi “movimenti” che adottano il meme del “non è mio”. Non sto ovviamente giudicando nessuna causa come giusta o sbagliata, né l’adottare queste dinamiche di protesta le rende più o meno condivisibili, sto solo riflettendo su come spesso, inconsciamente, adottiamo meccanismi espressivi infantilistici e forse proprio per questo popolari.
Gli attivisti del “NOT IN MY NAME“ che si dissociano radicalmente da guerre, leggi, violenze.
Le campagne “NOT MY _ _ _ _ _ _ (PRESIDENT, MAYOR, KING… )” che disconoscono una autorità su basi prettamente emotive e, appunto, infantilistiche a volte.



I movimenti NIMBY, acronimo che sta per “Not in My Backyard” cioé “non nel mio giardino” e indica quei movimenti che si oppongono non a una soluzione o implementazione in quanto tale, ma in quanto avviene in un luogo specifico, il mio/loro territorio. I NIMBY sono molto studiati e di fronte alle trasformazioni territoriali in corso con la transizione energetica sono un bel problema, da alcuni definiti anche una sindrome egocentrica, come ci racconta il testo “Non nel mio giardino. Prendere sul serio i movimenti Nimby“
Dinamiche che finiscono per creare polarizzazione e inasprirsi su posizioni sempre più lontane e divisive mentre, come ci ricorda Gianluca Comin, è importante evitare questa contrapposizione e “capire la cultura del NO”. Anche se, la matrice psicologica affonda nel tempo e, si sa, rimediare da adulti a una postura errata del pensiero, è sempre faticoso e doloroso.
La maturità istituzionale e la democrazia rappresentativa: anteporre la società all’individuo.
Ecco allora che adagiarci in questi atteggiamenti di comodo è sbagliato e pericoloso. La società civile, la democrazia, la comunità, appunto, è altro dall’io o dall’ego. Una società matura è quella che ha saputo crescere cittadini liberi e consapevoli di far parte di una società in cui non c’è il MIO Presidente o il TUO Presidente (o di qualcun altro), ma “IL” Presidente eletto con delle regole condivise e rappresentativo dell’intero Paese o Nazione.
E ci saranno presidenti che ci piaceranno di più o di meno, con cui ci identificheremo di più o di meno, ma saranno I PRESIDENTI e ognuno sa che deve chiedere al Presidente non di essere “IL SUO” Presidente (premessa all’autoritarismo e un giorno al subire quello “DEGLI ALTRI”), ma di essere neutrale, inclusivo, rappresentativo di tutti, minoranze e diversità, in modo equo.
Altrimenti finiremo per costituire una cittadinanza e un elettorato immaturo, infantile e quindi manipolabile da leadership paternalistiche che risolveranno i nostri conflitti con piccole gratificazioni (i “bonus“) e si intesteranno i “pieni poteri” o il “Premierato” o qualunque formula che la nostra immaturità vedrà come efficiente e promettente di “darci ciò che è nostro (mio)” , anche se spesso saranno solo due caramelle invece di amministrare ciò che è nostro (di tutti) nell’interesse di tutti. Una nazione matura, infatti è quella che accoglie la diversità e in cui i suoi cittadini sanno anteporre la società all’individuo, l’altro più in bisogno al sé e il pubblico al privato.
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