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Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 3
“Uguali“. “Normali“. “Italiano vero“. La provocazione di Ghali al Festival di Sanremo 2024 ha colto nel segno (Ghali è stato l’artista di cui si è parlato di più in rete con oltre 1.3M di contenuti e con un sentiment positivo (95%) secondo la Data Rom di TIM) e rivelato una linea di frattura della popolazione ormai tristemente molto marcata: quella della identità e appartenenza. Nella serata dedicata alle “cover” dove gli artisti interpretano brani famosi di altri Ghali sceglie la canzone bandiera per dire ciò che non andrebbe nemmeno detto.
Una canzone per dirci che Ghali Amdouni, nato a Milano il 21 maggio del 1993 è italiano (per l’esattezza ha dovuto attendere 18 anni e un calvario burocratico per vederlo certificato). Ghali è perfetto proprio perché imperfetto a rappresentare questo tema. Figlio di due stranieri immigrati, il padre è stato arrestato mentre lui era piccolo e Ghali stesso ha passato un periodo nel carcere minorile. La musica (come racconta nella sua canzone “Peter Parker“) lo ha aiutato a “non far la fine di tutte ste persone“.
Una storia che era facile incasellare e giudicare. Quante volte sentiamo dire con cinismo, razzismo e livore: gli immigrati portano crimine. Invece “gli immigrati” hanno portato Ghali, un talento artistico che oggi apprezziamo. È il disagio che genera la criminalità, non l’etnia o la nazionalità. Un’altra cosa che non andrebbe nemmeno detta. E invece è importante. Ghali mi ricorda “Noodles” il ragazzino protagonista di “C’era un volta in America”, in età adulta interpretato da Robert De Niro. Allampanato, astuto per necessità, con due grandi occhi che cercando di nascondere la giovinezza. Italiano e/né americano Noodles ci ricorda quando gli immigrati, discriminati, emarginati che vivevano di “petty crime” e di espedienti eravamo noi o meglio erano italiani, all’ombra del Ponte di Brooklyn, e oggi gli Italoamericani sono una comunità centrale nella vita americana.

Ma se “Italiani” si diventa per l’anagrafe, si nasce se si cresce per la vita. E Ghali lo era già 18 anni prima che per l’anagrafe quando era “ancora un bambino, un po’ italiano e un po’ tunisino” (come canta in “Cara Italia“). Oggi Ghali è diventato uomo, oltre che italiano ormai. E con orgoglio (quello buono, come dicevamo in un precedente articolo) oggi lo dice, lo canta nel palco più “italiano” che ci sia, quello di Sanremo.

“L’unica canzone italiana che mia madre mi cantava quando ero bambino”. Che sia l’arabo o l’ italiano la lingua madre è, simbolicamente, una, quella che abbiamo ascoltato da nostra madre e che abbiamo imparato proprio per comunicare con lei. (Labodif)
Una liberazione, provocazione, affermazione che tocca molti temi critici di cui abbiamo parlato e parleremo.
L’identità. Anzi, LE identità: quella di gruppo, quella intima e interiorizzata, quella sociale. Ghali se le è pazientemente costruite tutte, custodendo le sue origini, il suo luogo, le sue due patrie, o come le chiama le sue “due mamme”.
La “cultura”, termine ambiguo che non significa (solo) rudimento, ma prima di tutto il terreno, l’ambiente, il contesto sociale con le sue regole in cui cresciamo. O i contesti, spesso e volentieri. L’idea che il mondo possa essere gestito come un frigorifero a comparti stagni (qui gli italiani, lì i tunisini, lì gli albanesi…) è ormai sufficientemente assurda e ridicola che si dovrebbe rider di sé per solo pensarla.
La polarizzazione (di cui abbiamo appena parlato) e che vediamo nella spaccatura che il tema posto da Ghali genera nel Paese. Leggendo i commenti ai post di e su Ghali si trovano vari “gruppi” di opinione. Una costante e cospicua presenza di “seconde generazioni”, figli di genitori di diverse origini, non solo italiani, che sono nati e cresciuti qui, tra difficoltà di integrazione e di identificazione che prova affetto te gratitudine per Ghali per aver raccontato i loro sentimenti. E poi i poli progressista e conservatore che si azzuffano su cosa significhi essere italiano “vero” e se qualcuno sia più “vero” di altri. O più “normale” come vergognosamente dicono di altre stelle di seconda generazione come Paola Egonu o di chi ha ha preferenze sessuali minoritarie certi personaggi gretti e piccini: “non siete normali”. Giustificando questo vile giudizio come una ovvietà statistica.
Normale, uguale non possono oggi essere considerati come meri termini statistici o algebrici. Sono parole chiave della società contemporanea che marcano l’identità della e persone cioé quanto di più importante un individuo abbia nella sua vita sociale. Usarle intenzionalmente o superficialmente male è un comportamento discriminatorio, scorretto, ingiusto che va giustamente stigmatizzato (e non si invochi la libertà di espressione, che non prevede la libertà di insulto o violenza verbale e che certi tromboni hanno fiato a volontà).
Uguaglianza oggi è un principio, un valore difficile. Avere “pari dignità sociale” ed essere “eguali davanti alla legge” non è solo una questione di anagrafe o di tribunale. È una questione di diritti, di cittadinanza nel senso più profondo del termine, di appartenenza a una nazione ma anche a una organizzazione. L’inclusione non è una statistica per il bilancio di sostenibilità, è un clima aziendale. È un modo di stare assieme e collaborare e di fare sentire a ognuno la sicurezza psicologica di essere accettato e utile.

E questa responsabilità non è in capo solo alle istituzioni, ma a ognuno di noi manager, , colleghi, cittadini. Aprire gli occhi e guardare il mondo contemporaneo, che è GIÀ multietnico, multireligioso, multiculturale. E lo sè sempre stato, particolarmente in Italia. Può essere giusto o ingiusto e in un mondo ingiusto fioriranno criminalità, antagonismo, violenza. Sta a noi, insomma, costruire e fare della nostra azienda, comunità, Paese una casa accogliente, inclusiva, equa e sicura. Una casa dove ci si possa tutto sentire davvero uguali o, per dirla ancora una volta con le parole di Ghali: “Quando mi dicon vai a casa, rispondo sono già qua“.
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Per chi volesse approfondire il tema del linguaggio inclusivo lascio il video (67′) del webinar condotto assieme alla Cooperativa di Cortina dal titolo “L’EQUALINGUA” il 25 novembre 2023 in occasione della giornata contro la violenza sulle donne.